BLOG STUPRO - CONTRO LA VIOLENZA -SILENZIO... Parlano le donne!

Thursday, April 22, 2010

Sulla violenza

Ogni giorno si leggono sui quotidiani notizie di stragi, guerre, morti d’innocenti, comuni cittadini che per loro sfortuna subiscono terrorizzati attacchi di violenza inaudita, impreparati (ma chi di noi lo potrebbe mai essere) ad ogni sorta di disumana distruzione.
Alcuni giornalisti azzardano una sorta di similitudine tra la violenza di orridi terroristi all’uomo più “comune” che si nasconde nei salotti di casa, picchiando selvaggiamente o torturando psicologicamente la propria compagna. Psicologi illustri lo individuano come “un maschio frustrato, insoddisfatto, pieno di ferite accumulate in un’infanzia arida, distratta” ed io ho pensato a questi uomini. Io, donna violentata da uno di loro, “un maschio frustrato, insoddisfatto”, mi sono chiesta quante donne hanno vissuto un’infanzia infelice, malata o assente, quante sono state costrette a indossare il ruolo di madre a dodici, tredici anni, oppure quante sono cresciute orfane di carezze o di supporti economici ma non hanno mai impugnato lo scettro della violenza contro l’essere umano?
E allora, come mai solo l’uomo infierisce contro la donna con la stessa malvagità e supremazia di potere da secoli? Non credo sia sufficiente “giustificare” certi atti esponendo un passato difficile come passaporto alla violenza. Sono convinta si debba necessariamente agire su una totale e irreversibile educazione e siamo proprio noi, madri di figli maschi, a tentare per prime il miracolo.
Il recupero della donna e la sua piena integrazione in una società prettamente maschilista sono in continua crescita ed espansione. La ruota lentamente gira, riportando la dignità della donna al pari di quella dell’uomo ma le violenze continuano, le donne saranno ancora oggetto di soprusi , fisici e psicologici, finché le leggi non saranno più dure, finché i nuovi uomini, educati a dovere, non saranno degni di tale nome.
Il problema che accomuna tutte noi è la paura ed è in quella che le donne si trincerano, barricandosi in un silenzio costretto dal terrore di essere nuovamente punite. Non dipende dallo stato sociale. La violenza non conosce ceti di classe, né età.
Sono nata in una famiglia benestante, ho frequentato scuole private e ricevuto un’educazione tradizionale, all’antica rispetto a quella di oggi, eppure sono stata violentata e non ho denunciato il mio aguzzino. Avevo ventuno anni quando ho subito violenza e per altri venti ho tenuto dentro di me la paura, la rabbia e l’odio verso quell’uomo che mi aveva usato come un fazzoletto per il naso, gettandomi nella sporcizia di quel gesto. Non era uno sconosciuto e neppure un amico o un parente. Era un istruttore di ginnastica che esercitava il suo “fascinoso” potere maschile durante le lezioni. I trent’anni che ci separavano mi sembrava uno scudo sufficiente per non provare alcun timore. Mai avrei pensato di essere stata la prescelta e solo dopo mi accorsi che la mia spontanea ingenuità mi aveva consacrato al sacrificio. Questa fu la mia condanna che mi marchiò come una piccola preda per sempre.
Nessuno venne a conoscenza di quanto mi accadde quel maledetto giorno, neppure mia madre che mi aspettava negli spogliatoi, o quello che sarebbe diventato mio marito dopo pochi mesi e che subì impotente i miei pianti, senza mai capire il perché. L’orrore di quell’atto violento mi aveva mutilato in ogni senso, frenando ogni naturale gesto d’amore e tagliandomi come un silenzioso bisturi in una dicotomia: la ragazza violentata e ferita da una parte, e quella socievole e sorridente che tutti conoscono. Ho finto per tutti i vent’anni di clausura una vita che non mi apparteneva, inghiottendo il dolore come un boccone strozzato in gola. Ma non era possibile continuare a sopportare quel macigno per sempre. Scrivere mi ha liberato da quel peso diventato ormai insostenibile. Ho sfogato l’odio e la rabbia repressa in un romanzo, inserendo la verità della violenza subita, trovando la via per fuggire verso la libertà. Non a caso il libro s’intitola “Odio, gli inganni della vita” (Zona) e, pur trattando un tema apparentemente distante dalla violenza, le mie dita mi hanno portato dove la mia voglia di libertà scalpitava. Ho inserito le due pagine verità che raccontano la violenza subita come due perle nere in un mare di fango, nascoste, silenziose nell’urlo della mia disperazione, visibili solo a me che le avevo vissute.
Scrivendo sono riuscita a uscire allo scoperto, portando alla luce tutto ciò che avevo sotterrato nella speranza di dimenticare. Non è stato facile: le mani mi tremavano, la mente lottava per cancellare le immagini e il mio cuore batteva così forte che pensavo volesse squarciarmi il petto e scappare, ma sono stata più forte. Ho obbligato le mie dita a pigiare i tasti del pc. Una lettera dopo l'altra, una frase dopo l'altra. Ricordo di avere impiegato un intero pomeriggio per scrivere sei frasi, dico sei, solo per iniziare ad affrontare la scena. Nessuna poetica letteraria, la violenza non conosce la poesia: solo la cruda realtà ma quando ho terminato di descrivere la violenza, le mie dita, dapprima pesanti, incementate dalla paura che riaffiorava, si erano alleggerite e il mio cuore aveva cessato di sanguinare. Oh, sì, ancora la pioggia si abbatteva dentro di me ma ora le lacrime avevano un altro sapore: quello della libertà!
Sono sempre stata una persona modesta, fragile, insicura ma dopo aver scritto quelle due pagine, mi sono sentita fiera di me, di com’ero riuscita ad abbattere il mostro e in qualche modo avevo sentito che non mi sarei più piegata a lui: ero guarita, ero finalmente libera!
Il male genera altro male, il dolore provoca altro dolore. Io ero riuscita a vincere su me stessa spezzando il cerchio dell’odio, della paura, dell’umiliazione. Negli ultimi tre anni ci sono stati 118.000 stupri o tentativi di violenza e 40.000 donne sono state molestate entro le mura domestiche da genitori, parenti, amici. Le vittime sono come morte dentro, vivono nel silenzio per la vergogna o per la paura di non essere credute non denunciando il proprio aguzzino. Hanno il terrore di essere giudicate, violentate due volte: dal proprio aggressore e dalla società. Non si sentono tutelate dalla giustizia e preferiscono continuare a subire piuttosto che trovarsi il proprio carnefice davanti alla porta di casa dopo un paio di anni. Urgono pene più severe, senza alcuno sconto. Perdonerebbe il giudice al quale è stata violentata, massacrata, percossa la propria figlia, moglie o sorella? Non esistono sufficienti condanne per ripagare una tale devastazione che non colpisce unicamente la donna violentata ma pure i suoi familiari. Il suo compagno è il primo a pagarne le conseguenze, rimanendo impotente di fronte alle aggressività psicologiche e fisiche della donna indubbiamente giustificate.
Penso che la campagna contro la violenza, nonostante le promesse dei politici e le numerose ONLUS a favore delle donne, non sia servita a molto visti i risultati della cronaca quotidiana. E’ necessario divulgare il problema nelle scuole, inserire nell’ora di ginnastica le arti di difesa, educare i maschi al rispetto fin da bambini, agevolare e ridurre i prezzi dei taxi nelle ore notturne e intensificare la pubblicità del numero verde 1522, numero che molto tempo prima della sua nascita avevo pensato di creare senza sapere come. C’è ancora troppa violenza ed è un problema che tocca tutti, pure i personaggi famosi: Tina Turner, picchiata per vent’anni dal marito Ike; Pamela Anderson, picchiata dal marito; Marie Trintignant, morta per le botte del marito; Whitney Houston, picchiata dal marito; Cristina Aguilera, bambina abusata, ha assistito alle continue liti violente fra i genitori, per citarne alcuni!
Ho riflettuto molto, convenendo che avrei dovuto fare qualcosa. Ho mostrato a tutti la mia fragilità, il dolore trascorso ma soprattutto il nuovo volto sereno di chi ce l’aveva fatta. Volevo rivelare un’immagine che offrisse una speranza a chi rimaneva ancora nell’ombra della paura. La mia voce sarebbe stata quella delle migliaia di donne trincerate ancora nel silenzio e il mio sorriso avrebbe ridato fiducia a coloro alle quali era stato strappato con forza.
Supportata dalle mie convinzioni e ritrovata la mia dignità come persona, ho voluto aiutare chi come me si era chiusa in una gabbia, offrendo i proventi del primo romanzo (Riflessi – Il Filo), pubblicato nel 2005 e vincitore di un premio internazionale, a una famosa organizzazione umanitaria, raccontando la mia esperienza ma non ho avuto da allora nessuna risposta. Una situazione analoga si era verificata qualche tempo fa, aderendo al tema della violenza proposto da un noto settimanale femminile. La risposta, in effetti, era arrivata ma, seppure con toni educati la giornalista, aveva rifiutato la lettura del secondo romanzo (Odio, gli inganni della vita – Zona) e quindi anche l’intervista per mancanza di tempo. Non glielo avevo certo proposto per svagarsi nei momenti liberi ma perché potesse leggere le due pagine corrispondenti alla violenza e da quelle trarre le domande che avrebbe dovuto rivolgermi. Evidentemente la mia storia non era abbastanza “forte” e non avrebbe fatto l’audience voluta, la mia proposta positiva poi era stata di sicuro un evento da censurare.
Continuo la mia personale battaglia, senza scoraggiarmi, al massimo rallento di un poco il mio passo per riprendermi dalle ipocrisie della gente. Tappare la bocca a chi ha qualcosa da dire è un altro modo di fare violenza!

Patrizia

0 Comments:

Post a Comment

<< Home