Seconda pagina (da "Odio, gli inganni della vita")
In un attimo l'uomo la prese per la vita e la scaraventò sul lettino, bloccandola con il suo peso. Quel viso paonazzo per l'eccitazione grondava sudore, lordandole le guance rosse di vergogna. Con un rapido gesto la bestia le sfilò gli slip. Silvia non si era accorta che nell'intento di scalciare via da sè quell'uomo gli aveva facilitato la manovra. Con un altro movimento violento alzò il ginocchio facendolo scivolare con forza verso l'interno della coscia sinistra della ragazza, obbligandola a divaricare le sue gambe, tremanti e deboli per la paura.
Silvia era muta dal terrore, ma il suo corpo tentava ancora di guizzare come un piccolo pesce preso nella rete che va alla ricerca della salvezza attraverso una maglia allentata. Il maestro arrestò con una sola mano il divincolarsi delle braccia, stringendo in una morsa ambedue i polsi e sollevandoli sopra la testa della donna. Adesso la vittima era immobilizzata, non avrebbe più avuto la possibilità di scappare. Ora finalmente avrebbe avuto inizio il momneto tanto atteso.
Con la mano destra l'uomo annaspò all'interno dei suoi pantaloni, abbassandoli quel tanto che bastava per dare sfogo alla sua violenza.
L'aria era diventata pesante, quanto quel fetido corpo di maschio che la stava soffocando. Silvia era schiacciata dal peso che le impediva anche il più piccolo movimento dle torace, bloccandole il respiro.
Solo la testa era libera e il maestro la bloccò con la sua bava. Aprì le fauci, come volesse inghiottirla, tirò fuori la viscida lingua e cominciò a leccarla da un lato e dall'altro dle viso. Eccitato per la disgustosa alchimia di umori, finalmente era pronto per affondare la sua lama.
Silvia continuava a sbattere, a lottare sempre con meno forza, ma il suo dimenarsi fomentava ancora di più il suo carnefice. Quando se ne rese conto la ragazza si pietrificò, chiudendo gli occhi per non vedere più quel volto ansimante sopra di lei. Se solo avesse potuto avrebbe murato anche le orecchie per non ascoltare il putrido delle parole che fuoriuscivano da quella bocca. Ma non poteva, e quelle frasi sudice la marchiarono per sempre, come stigmate sanguinanti.
Quell'animale entrò dentro di lei, con forza, con violenza, forzando quelle giovani gambe vibranti, divaricandole ogni colpo di più.
Silvia pensò che se ci fosse stato un momento giusto per poter morire, sarebbe stato quello. Cominciò a pregare Dio, chiedendogli di salvarla, di portarla via da lì prima possibile. Ma quell'uomo era sempre sopra di lei, e allora pregò perché quel martirio terminasse al più presto.
I grugniti si confondevano con gli spasimi del corpo, ma ormai Silvia non sentiva più nulla. Lei era già morta. Non era più suo quel corpo che quel bastardo stava profonando.
Gli ultimi colpi furono più lenti, fino a quando arrivò quello finale, accompagnato da un ultimo trionfante grugnito animale. Infine la bestia si alzò appagata, lasciando finalmente libera Silvia. Il ghigno che aveva sul volto dimostrava che aveva gradito il pasto.
La ragazza rimase immobile per un tempo che le sembrò infinito, sperando di essere morta realmente. Poi aprì gli occhi, umidi di vergogna, e sentì il suo petto riprendere aria nei polmoni. Era ancora viva, ma una parte di lei non esisteva più.
Come al rallentatore posò a terra le gambe doloranti, si alzò e si ricompose com emeglio poteva. Non era più la stessa ragazza di un'ora prima: la testa bassa, le spalle curve, la pelle bruciante di vergogna, di rabbia, d'impotenza e di frustrazione.
Silvia uscì da quell'inferno senza voltarsi, senza guardare quegli occhi viscidi e soddisfatti dietro di lei. Raggiunse la madre, scusandosi del ritardo. Si spogliò, aprì l'acqua della doccia e restò sotto il getto gelido per quanto più tempo le fosse possibile, con l'illusione di togliersi di dosso quell'odore di marcio che le era rimasto sulla pelle. Poi, dopo essersi asciugata e rivestita, provò a dipingere le labbra con il suo sorriso migliore e ritornò a casa con Lucia, prendendola per mano come una brava bambina.
Quella fu l'ultima volta che entrò in una palestra.
Silvia era muta dal terrore, ma il suo corpo tentava ancora di guizzare come un piccolo pesce preso nella rete che va alla ricerca della salvezza attraverso una maglia allentata. Il maestro arrestò con una sola mano il divincolarsi delle braccia, stringendo in una morsa ambedue i polsi e sollevandoli sopra la testa della donna. Adesso la vittima era immobilizzata, non avrebbe più avuto la possibilità di scappare. Ora finalmente avrebbe avuto inizio il momneto tanto atteso.
Con la mano destra l'uomo annaspò all'interno dei suoi pantaloni, abbassandoli quel tanto che bastava per dare sfogo alla sua violenza.
L'aria era diventata pesante, quanto quel fetido corpo di maschio che la stava soffocando. Silvia era schiacciata dal peso che le impediva anche il più piccolo movimento dle torace, bloccandole il respiro.
Solo la testa era libera e il maestro la bloccò con la sua bava. Aprì le fauci, come volesse inghiottirla, tirò fuori la viscida lingua e cominciò a leccarla da un lato e dall'altro dle viso. Eccitato per la disgustosa alchimia di umori, finalmente era pronto per affondare la sua lama.
Silvia continuava a sbattere, a lottare sempre con meno forza, ma il suo dimenarsi fomentava ancora di più il suo carnefice. Quando se ne rese conto la ragazza si pietrificò, chiudendo gli occhi per non vedere più quel volto ansimante sopra di lei. Se solo avesse potuto avrebbe murato anche le orecchie per non ascoltare il putrido delle parole che fuoriuscivano da quella bocca. Ma non poteva, e quelle frasi sudice la marchiarono per sempre, come stigmate sanguinanti.
Quell'animale entrò dentro di lei, con forza, con violenza, forzando quelle giovani gambe vibranti, divaricandole ogni colpo di più.
Silvia pensò che se ci fosse stato un momento giusto per poter morire, sarebbe stato quello. Cominciò a pregare Dio, chiedendogli di salvarla, di portarla via da lì prima possibile. Ma quell'uomo era sempre sopra di lei, e allora pregò perché quel martirio terminasse al più presto.
I grugniti si confondevano con gli spasimi del corpo, ma ormai Silvia non sentiva più nulla. Lei era già morta. Non era più suo quel corpo che quel bastardo stava profonando.
Gli ultimi colpi furono più lenti, fino a quando arrivò quello finale, accompagnato da un ultimo trionfante grugnito animale. Infine la bestia si alzò appagata, lasciando finalmente libera Silvia. Il ghigno che aveva sul volto dimostrava che aveva gradito il pasto.
La ragazza rimase immobile per un tempo che le sembrò infinito, sperando di essere morta realmente. Poi aprì gli occhi, umidi di vergogna, e sentì il suo petto riprendere aria nei polmoni. Era ancora viva, ma una parte di lei non esisteva più.
Come al rallentatore posò a terra le gambe doloranti, si alzò e si ricompose com emeglio poteva. Non era più la stessa ragazza di un'ora prima: la testa bassa, le spalle curve, la pelle bruciante di vergogna, di rabbia, d'impotenza e di frustrazione.
Silvia uscì da quell'inferno senza voltarsi, senza guardare quegli occhi viscidi e soddisfatti dietro di lei. Raggiunse la madre, scusandosi del ritardo. Si spogliò, aprì l'acqua della doccia e restò sotto il getto gelido per quanto più tempo le fosse possibile, con l'illusione di togliersi di dosso quell'odore di marcio che le era rimasto sulla pelle. Poi, dopo essersi asciugata e rivestita, provò a dipingere le labbra con il suo sorriso migliore e ritornò a casa con Lucia, prendendola per mano come una brava bambina.
Quella fu l'ultima volta che entrò in una palestra.
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